Musica popolare tra gloria e declino

Tra Luci e Oblio: la scomparsa del Folklore nel Palinsesto Televisivo Italiano

La storia del folklore italiano nei mass media non è stata una linea retta di valorizzazione culturale, quanto piuttosto una parabola fatta di fiammate improvvise e inevitabili ceneri. Quella che oggi ricordiamo come una stagione d’oro della tradizione in TV fu, in realtà, un fenomeno alimentato da necessità pratiche e contingenze di mercato più che da un autentico slancio filologico.

1. L’Illusione del Palcoscenico: Il Folk come “Riempitivo”

Negli anni d’oro della televisione italiana, il successo mediatico delle tradizioni popolari si resse su due pilastri fondamentali:

  • La carenza di contenuti: I media dell’epoca, soffrendo di una cronica mancanza di materiale autoprodotto, attingevano voracemente da qualunque espressione culturale potesse “fare spettacolo”.
  • L’effetto traino della canzone d’autore: Il fervore di artisti come Fabrizio De André (si pensi alla successiva operazione di Crêuza de mä) o Francesco De Gregori aveva generato un forte interesse pubblico attorno alle origini della canzone popolare, nobilitandola agli occhi della borghesia urbana.

Tuttavia, questa popolarità non era un radicato fenomeno di costume, bensì una moda passeggera. Sebbene i palinsesti fossero saturi di canti e racconti, il valore di questo patrimonio ne usciva spesso deformato. Lo spirito originario delle comunità contadine si perdeva tra i lustrini e i “ritocchi di scena”. Il folklore veniva ridotto a una mascherata: un fiorire di foulard sgargianti, pompon alle caviglie e improbabili cappelloni che ridicolizzavano persino la nobile arte dei poeti in ottava rima.

La struttura stessa dei programmi — trenta secondi di musica sommersi da trenta minuti di verbosa analisi dell’etno-esperto di turno — tradiva la natura superficiale e “riempitiva” dell’intera operazione.


2. Protagonisti tra Ricerca e Ribalta

Se il folklore finì nel tritacarne dei “lustrini”, fu anche perché alcune personalità carismatiche erano riuscite a portarlo all’attenzione del grande pubblico, pur scontrandosi con i limiti del mezzo televisivo:

  • Otello Profazio e la narrazione meridionale: Cantastorie e studioso, riuscì a traghettare il patrimonio calabrese e siciliano nei varietà Rai. Nonostante la sua altissima dignità artistica, la TV lo utilizzava spesso come elemento di “colore” tra un numero di danza e l’altro.
  • La Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP): Sotto la guida di Roberto De Simone, portarono la musica barocca e popolare campana a livelli di eccellenza internazionale. Eppure, nei piccoli schermi, la loro complessità veniva spesso ridotta a una semplice “tarantella”, sacrificando lo spessore antropologico per la brevità del format.
  • Rosa Balistreri: La sua voce rauca e tragica, antitesi dei pompon rossi, raccontava la fame e l’ingiustizia. L’attrito con la televisione era evidente: la sua autenticità era troppo “sporca” e potente per essere addomesticata dalle chiacchiere in studio.
  • Il Canzoniere del Lazio e Caterina Bueno: Rappresentavano l’ala più politica e di ricerca. Mentre il Canzoniere cercava di modernizzare il folk, Caterina Bueno dedicava la vita al recupero dei canti toscani. Entrambi finirono per essere considerati “troppo intellettuali” per una TV che preferiva immagini rassicuranti e pittoresche.

3. Il Tramonto: Dalla Tradizione alla Disco-Dance

Come ogni moda priva di radici industriali, anche il folk fu accantonato quando il vento cambiò direzione. L’arrivo della disco-dance e l’edonismo degli anni ’80 segnarono la fine dei poeti contadini sullo schermo.

Quasi istantaneamente, i riferimenti alle tradizioni popolari scomparsero, sostituiti da format acquistati dai grandi network d’oltreoceano. La “febbre del sabato sera” conquistò le discoteche e le piazze, spingendo il folk nostrano nuovamente in quel cono d’ombra da cui era faticosamente emerso. Si passò dal voler “capire chi eravamo” al voler “dimenticare chi eravamo” nel ballo frenetico della modernità globale.


4. Una Vittoria Postuma: Il Ritorno alla Genuinità

Eppure, in questa apparente sconfitta, si può rintracciare una salvezza. L’uscita di scena dal grande circo mediatico ha permesso alla tradizione di riguadagnare la propria originalità.

Lontano dai “ritocchi di scena” e dalle luci accecanti degli studi televisivi, la cultura popolare ha potuto smettere i panni della macchietta. Tornando nel suo “cantuccio” originario, è tornata a essere ciò che è sempre stata: un linguaggio vivo, aspro e autentico, che non ha bisogno di foulard di seta per raccontare la verità della propria terra. Il folklore, finalmente libero dalla dittatura della scaletta, ha ritrovato la sua anima non deturpata dallo spettacolo.

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