La Mirabolante Istoria del brigante Cinicchio

Prefazione

La storia che vi accingete a leggere non è una semplice invenzione letteraria, ma l’eco in rima di una vita vissuta sul filo del rasoio, tra le montagne dell’Umbria e delle Marche, nella seconda metà dell’Ottocento. È la ballata di Guglielmi Nazareno, passato alla storia con il soprannome di “Cinicchio”, l’ultimo grande brigante dell’Assisano.

Attraverso le strofe di questo componimento popolare, emerge la figura complessa di un uomo che la sorte e l’ingiustizia trasformarono radicalmente. Cinicchio non nacque delinquente; era un onesto muratore, un marito e un padre, noto per il suo buon cuore. Fu vittima di un errore giudiziario, incastrato per il furto di un prosciutto commesso da un altro, e gettato in prigione ai danni del potente Conte Fiumi.

Quella cella divenne la fucina della sua vendetta. La trasformazione fu drastica: da vittima innocente a temuto capobanda. L’opera narra la sua fuga audace, l’alleanza con altri malandrini, le rapine a mano armata, e il passaggio oscuro, ma inevitabile nella vita del brigante, all’omicidio.

Eppure, Cinicchio rimane un personaggio profondamente ambiguo, sospeso tra la ferocia del criminale e i tratti del “brigante sociale” alla Robin Hood. Il testo sottolinea come, pur spadroneggiando contro i ricchi e i padroni (primo fra tutti l’odiato Conte Fiumi), non esitasse ad aiutare i poveri in difficoltà, pagando l’affitto a una vecchia o ordinando la restituzione di un attrezzo da lavoro rubato a un contadino.

La narrazione tocca vertici drammatici con il tradimento familiare: il fratello Domenico insidia la moglie di Cinicchio, Teresa, scatenando una vendetta sanguinosa che non risparmia nessuno dei due. Tradito poi anche dal suo più fidato compagno, il Moro, Cinicchio si convince che l’unica legge possibile sia quella del suo schioppo.

La leggenda si tinge anche di soprannaturale, raccontando dell’ostia consacrata che il brigante teneva nascosta nella mano per rendersi invulnerabile alle pallottole dei gendarmi.

La conclusione è degna di un romanzo d’avventura: braccato e ormai solo, Cinicchio riesce a sfuggire alla cattura grazie a un travestimento da frate e a una fuga rocambolesca in un barile di vino, imbarcandosi per l’America da dove, impunito e irriverente, continuerà a mandare messaggi di sfida.

“Il Canto di Cinicchio” è un documento prezioso che ci restituisce non solo la cronaca di una vita straordinaria.

La storia che vi sto per raccontare
è quella d’un ometto disgraziato
egli era onesto e fu spinto a rubare
Gugliemi Nazareno battezzato
Cinicchio si faceva nominare
nella città di Assisi era nato
di mestiere faceva il muratore
ed era noto per il suo buon cuore.

Un giorno fu colpito dall’amore
quando conobbe la Teresa Bucchi
si amaron con passione e con ardore
era un amor sincero e senza trucchi
si sposaron con tanta gioia in cuore
si fece festa con vivande a mucchi
ebber due figli dalla loro unione
ma a quel che segue, fate ora attenzione:

Lui lavorando con altre persone
pel Conte Fiumi che aveva tutto
un suo compagno fece mala azione
che di nascosto si rubò un prosciutto.
L’ accusaron e misero in prigione
per colpa di quel tale farabutto.
Nella sua cella solo ed innocente
Cinicchio alla vendetta pose mente.

Col sangue agli occhi e l’animo fremente
Cinicchio non smetteva di pensare:
“Diventerò un vero malvivente
al Conte Fiumi la farò pagare!”
Il carcerier percosse audacemente
e fu così che gli riuscì a scappare
sfuggì alle guardie ed ai cani mastini
e nelle Marche pose i suoi confini

E là si unì ad altri malandrini
che una banda avean già formato:
il Rosi, il Maccabei e il Biscarini
il Lupparelli e il Moro nominato:
costoro eran ladri ed assassini
che non avean paura del peccato
con lor Cinicchio si mise a rubare
ed imparò le armi ad adoperare.

Lungo le strade stavan ad aspettare
armati di pistola e con lo schioppo
dai ricchi i soldi si facevan dare
e insieme dividevano il malloppo.
Guidarelli li volle rifiutare
Cinicchio disse allor: “Ora t’accoppo”
e non appena che l’ebbe ammazzato
un assassino egli era diventato.

Poiché il terror avevan seminato
contro di lor fu fatta spedizione
grazie a una spia si preparò un agguato
furon presi e portati alla prigione.
Il solo Biscarini era scappato
gli altri erano a Jesi in detenzione
Cinicchio corruppe con un sol quattrino
il carcerier Moretti: “il perugino”.

Furbo Cinicchio e di cervello fino
ma quel suo piano scoprì altra persona
e lo disse in segreto a un secondino
ed egli perse l’occasione buona
poiché il Moro, sempre a lui vicino
fu frasportato al carcere di Ancona
ma il destino si mise a preparare
un di quei giochi che è solito fare.

Cinicchio e il Moro insieme fecero stare
a ristudiar la fuga in una cella
ed il destino li volle aiutare:
ad Ancona al Moretti: questa è bella,
fu facile i rapporti riallacciare
perche nessun facea sentinella.
Per mezzo di Teresa entran quattrini
che intascavan il Moretti e i secondini.

In cambio ebbero lime e seghettini
coltelli, roncola e un grande scalpello:
ora alla libertà s’era vicini
nel muro essi scavarono un forello
vi strisciaron facendosi piccini
furon liberi si come un uccello
Cinicchia disse: “Non Avrò il processo
o Tribunale ormai t’ho fatto fesso”.

Di Assisi tornò a prendere possesso
Cinicchio insieme al Moro, suo fidato,
bandito assai temuto egli era adesso
ed una nuova banda avea forrnato:
Salvalanima che parea un ossesso,
Cacabugie con voce da castrato,
il Maccabei fuggito era da Jesi
insieme a una diecin di Moranesi.

I soldi suoi li aveva tutti spesi
perciò ricominciò le grassazioni
in breve tempo molti n’ebbe offesi
tra quelli ch’eran ricchi e eran padroni
egli spadroneggiò per mesi e mesi
a catturarlo mai non eran buoni.
Ora il governo si era trasformato
ma per Cinicchio nulla era cambiato.

Dovea il ricco esser perseguitato
dovea pagare più che un sol prosciutto
il ricco che l’aveva rovinato
con l a sua mano l’avrebbe distrutto
il povero dovea essere aiutato
a spese di chi in casa aveva tutto
e il Conte Fiumi di denaro pieno
odiava più di tutti il Nazareno.

Ma un fatto venne a scuotere il sereno
Domenico, l’amato suo fratello,
agisce come serpe nel suo seno
e di Teresa prende il corpo bello
Cinicchio pien di rabbia e di veleno
lo trova e poi l’uccide col coltello

Teresa dei capelli vien privata,
come una belva dai cani braccata

chiede perdono, quella sciagurata.

Torna di nuovo Cinicchio a rubare
da solo una carrozza ha depredata
per poter il coraggio suo mostrare.
Una povera vecchia ha aiutata
che non potea l’affitto suo pagare:
Guglielmi Nazareno è di buon cuore
soltanto i ricchi ne provan terrore.

Ma triste fatto gli da’ gran dolore
un uomo di Valfabbrica ammazzato
che della Civica era il superiore
la polizia gli tese un grande agguato.
Poiché Cinicchio era il malfattore
dell’assassinio lui viene accusato.
Ma a chi conosce grida egli fremente:
“di quella morte io non ne so niente” .

Dell’ omicidio lui era innocente
ma fu costretto ancora ad ammazzare:
il Moro, suo compagno e confidente
come Giuda si volle trasformare.
Cinicchio che ogni cosa vede e sente
a chi fu grande amico ha da sparare.
Se da un amico puoi venir tradito
non c’è altra scelta che essere bandito.

Cinicchio non veniva mai ferito
e questo grazie ad un segreto
arcano poiché egli infatti era riuscito
a mettersi un’Ostia nella mano
per questo da nessuno fu colpito
ed ogni agguato fu inutile e vano
terrorizzò più di un carabiniere
mostrandogli il suo magico potere.

Egli era buono e ognun lo può vedere
a un uom che una gumèra avea rubata
che per venderla non avea mestiere
disse: “riportala dove l’hai trovata,
a chi l’hai presa puoi dar dispiacere
con questi soldi io te l’ho pagata” ,
e due monete d’or gli diede in mano
ed alla macchia ritornò lontano.

Il Conte Fiumi pose mente a un piano
per poter il Cinicchio catturare:
prese Teresa con il suo germano
ed ambedue li fece imprigionare,
ma quello che lui fece fu assai vano
perché a Cinicchio non la si può
fare:un cespuglio di more tagliò netto
e al Conte lo spedì con un biglietto.

Conte, mia rovina, maledetto!
se i miei entro oggi non son liberati,
ti taglierò la testa con diletto
come questi cespugli che ho tagliati
vedrai con che passione mi ci metto
giacché di Conti non ne ho mai ammazzati.
Il Conte fu costretto ad ubbidire
e di Cinicchio gli ordini eseguire.

Quel che poi fece, state ora a sentire
un grosso colpo aveva preparato
e si era messo in mente di rapire
l’oro da una carrozza trasportato:
la ferrovia serviva a costruire
e da ben sei lancieri era scortato:
la banda fece allora radunare
ed ù suo piano si mise a spiegare.

Il dì che il colpo si doveva fare
con la sua banda andò presso Nocera
e tutta armata la fece appostare
nel folto della macchia fitta e nera
poi disse: “non ci resta che aspettare,
saremo tutti ricchi questa sera”.
Videro la carrozza da lontano
ed alle loro armi poser mano.

Quando la vide a portata di mano
gridò di fare fuoco immantinente
i lancieri s scapparono lontano
ed egli sceso giù rapidamente.
“Tirate giù la cassa piano piano
e non vi verrà fatto proprio niente”.
Quelli pien di paura e di spavento
gli diedero la cassa in un momento.

Poi se ne andò veloce’ come il vento
e quando ritornarono i lancieri
la faccia del cassier facea spavento
disse: “voi passerere dei guai seri!”
Cinicchio se ne stava assai contento
or non avrebbe avuto più pensieri
centocinquantamila è un bel malloppo
che si era guadagnato con lo schioppo.

Per la Giustizia questo l’era troppo
Cinicchio si doveva imprigionare
e della banda sua renderlo zoppo
i gendarmi si fecero aumentare
per ritrovare tutto quel malloppo.
molti gli riuscì a lor di catturare:
il Maccabei con molti di Morano
Cacabugie, il Pirro e il Sellano.
Salvalanima non andò lontano:

da una druda s’era rifugiato
in fretta di fuggire cercò invano
e dalle guardie tosto fu ammazzato
Cinicchio si accorgeva mano a mano
che quanto prima sarebbe braccato,
perciò non gli restava che tentare
in altro luogo di poter scappare.
Dall’avvocato suo si fé aiutare:

quel Bianchi assai famoso e celebrato
un passaporto falso fece fare
con il saio da frate mascherato,
a Civitavecchia è fatto imbarcare
dentro un bidone per il vino usato.
Il Bianchi disse: sono perseguito
perché all’Italia ho tolto un bandito?

Cinicchio per l’America partito
da la scrive ogni tanto un bigliettino:
“io qui son rispettato e riverito”
ma all’Italia vorrei esser più vicino.
Dei miei misfatti non mi son pentito
più lavoro vorrei dare al becchino:
son stato un gran brigante e me ne vanto
che il Conte ancor sia vivo è il mio rimpianto.

Ed ora ormai finisce questo canto
che parla di una vita sregolata
d’un uomo che non era certo un santo
ma che la strada avea predestinata:
d’esser bandito non è certo un vanto
potrebbe dir persona timorata
ma di briganti oggi il mondo è pieno
peggiori di Guglielmi Nazzareno.

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