
In una grande casa colonica, il tempo non era scandito dagli orologi, ma dal respiro affannato di una famiglia di mezzadri. Il loro compito era la cura dei beni di un grande proprietario terriero, un “padrone” la cui ombra si allungava su ogni solco tracciato dall’aratro. La vita si trascinava senza sorprese, in un ciclo eterno di stagioni che si ripetevano uguali a se stesse; per quella famiglia, l’assenza di novità era l’unica forma di serenità possibile. Ogni minimo imprevisto economico, infatti, era una voragine che inghiottiva il bilancio familiare per mesi, condannando tutti a una dieta di privazioni ancora più rigide.
In quel microcosmo, il concetto di “spreco” non esisteva: né un chicco della semina, né una spiga del raccolto potevano andare perduti. Il “padrone”, dal canto suo, viveva in una bolla di totale sicurezza. I temporali, la siccità o le pestilenze del bestiame non lo sfioravano mai direttamente: a lui era garantita per contratto la metà pattuita del “buon fine” di ogni opera, calcolata sulle potenzialità e non sulla realtà dei fatti. Se, per assurdo, c’erano sei anatre da spartire e due morivano per malattia, al padrone spettava comunque la metà di sei, lasciando al mezzadro il misero resto di una sola unità.
Per sopravvivere a questa ingiustizia codificata, il contadino diventava un acrobata del calcolo, un equilibrista che cercava di “arrotondare” i conteggi generali a proprio favore. Era un gioco pericoloso, una sfida continua alla sorveglianza del fattore, dove ogni caduta era interamente a carico dell’artista del raggiro per necessità.
Fu in questo scenario di estrema fragilità che la tragedia colpì duramente: al vecchio mezzadro morirono ben quattro vitelli in soli tre mesi. Per un uomo di quel tempo, una simile sventura non poteva essere figlia del caso. Persa la fiducia nella logica terrena, la mente corse subito al soprannaturale: doveva trattarsi di un maleficio, un “malocchio” scagliato da qualche anima invidiosa per distruggere la stalla.

L’unica speranza risiedeva a Foligno, dove viveva una vecchietta esile, consumata dagli anni ma custode di segreti antichi, esperta nel riconoscere e spezzare “fatture” e incantesimi. Senza esitare, il contadino attaccò la cavalla al carretto e affrontò un viaggio di tre ore, un’eternità fatta di polvere e pensieri cupi, per scoprire finalmente chi avesse tramato nell’ombra contro la sua sopravvivenza. Arrivò a Foligno e…






