Santino non era un uomo di grandi pretese, se non quella di avere sempre un bicchiere pieno a portata di mano. Abitava nella vecchia canonica di una chiesetta ormai quasi sconsacrata, un luogo dove il sacro si mescolava al profano, proprio come il vino nell’osteria che frequentava ogni sera.

Il suo rientro a casa era un rito: un’esibizione di equilibrismo che i compaesani chiamavano “lo stile cado e non cado”. Un passo a destra per la stabilità, uno a sinistra per la gloria, e una canzoncina stonata per scacciare i pensieri.
Ma una notte di novembre, una di quelle notti d’autunno così nere che la nebbia sembrava masticare le luci dei lampioni, accadde l’impensabile. Santino si era fermato a riprender fiato ai piedi della ripida rampa di scale che portava al suo uscio. Fu lì, nel silenzio umido, che sentì un suono che non veniva né dall’osteria né dal mondo dei vivi.
Era un vocìo ritmato, una via di mezzo tra un salmo antico e una nenia dimenticata. Un coro di voci basse, monocordi, che si avvicinava lentamente nell’oscurità. Santino, con il cuore che batteva più forte dell’ultimo rintocco del campanile, si raddrizzò a fatica. Si strofinò gli occhi, convinto che fosse l’ultimo “litro” a parlargli, ma la visione era reale.
Scrutò con attenzione il sentiero che portava alla chiesa e, con una sorpresa che gli gelò il sangue nelle vene, notò che…






