Il sangue di Collecroce: l’eccidio del 17 aprile 1944

Esistono ferite che il tempo non può rimarginare, ma solo consegnare alla storia affinché diventino monito. Una di queste è certamente la strage di Collecroce, frazione di Nocera Umbra, che il 17 aprile 1944 vide cadere innocenti sotto il fuoco incrociato dell’oppressione nazifascista.

A mantenere vivo il ricordo di quelle ore di terrore è la voce del cantastorie Settimio Riboloni, che attraverso la metrica popolare dell’ottava rima trasforma la cronaca in epica del dolore, restituendoci il ritratto vivido di una comunità violata.

Il risveglio nel terrore

L’ottava di Riboloni si apre con il contrasto brutale tra la quiete del sonno e l’irrompere della violenza. “Si era ancora nel letto a dormire”, scrive il poeta, quando il rumore dei motori e il calpestio dei drappelli trasformano il “sonno più bello” in un “grande dolor”.

L’obiettivo dei nazisti, coadiuvati dai fascisti locali (descritti come “mischiati” in un’alleanza fratricida), erano i patrioti annidati tra La Serra e Presidio. Ma, come spesso accadde in quei mesi di ritirata e rappresaglia, a pagare il prezzo più alto furono i civili e la solidarietà umana.

L’eroismo della solidarietà: Eliso e Vittorio

Il cuore narrativo del componimento si concentra su un gesto di altruismo estremo. Vedendo Collecroce trasformata in un “braciere”, Eliso Conti e Vittorio Paolucci non scappano. Al contrario, mossi dal desiderio di portare aiuto, si dirigono verso le fiamme.

Riboloni descrive con strazio l’incontro con il “terribile bruto”. Nonostante i tentativi di alcuni giovani (Guido e Gervasio) di avvertirli del pericolo, i quattro vengono intercettati dai soldati. Il poeta non usa mezzi termini per definire gli aguzzini: briganti e malfattor.

Il martirio e la “mitraglia”

Il momento dell’esecuzione è reso con una crudezza che toglie il fiato:

“Un semicerchio le fecero fare, gli assassini impugnaro le armi… caddero insieme senza dare un lamento, un urlo solo si udì di lassù.”

La descrizione dei “petti adorati” trafitti dalla mitraglia e dei corpi intrisi di sangue restituisce la pietà cristiana e umana che Riboloni prova per le vittime. Non è solo la morte di quattro uomini, è lo strazio di un’intera comunità: le spose e i bambini di Annifo, rimasti senza guida, “pazzi” dal dolore.

Perché ricordare ancora

L’ottava rima di Riboloni non è solo un esercizio di stile, ma un atto politico e civile. In un’epoca che tende a sbiadire i contorni delle responsabilità storiche, ricordare che il 17 aprile fu un massacro compiuto da “Tedeschi e fascisti mischiati” serve a dare un nome e un cognome alla tragedia.

Oggi, leggere questi versi significa onorare quel “ricordo a chi deve venire”, affinché il sacrificio di Eliso, Vittorio, Guido e Gervasio non rimanga sepolto tra le macerie di Collecroce, ma continui a parlarci di resistenza e umanità.

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