Antonio Santini: poeta o profeta?

Il giudizio universale:

Nel panorama della poesia popolare del Novecento, la figura di Antonio Santini, poeta di Morano Calabro, emerge con la forza di un antico profeta laico. Il suo brano, “Il Giudizio Universale”, non è una semplice narrazione religiosa, ma un’invettiva sociopolitica vestita di rime, un grido di dignità che si leva dai campi contro i palazzi del potere e i banchi del commercio.

Il brano che abbiamo ascoltato non è solo un canto popolare, ma una vera e propria invettiva in ottava rima che porta la firma spirituale di Antonio Santini, figura nota come il “Poeta Profeta”. Il suo stile non si limita alla cronaca della miseria, ma assume toni apocalittici e visionari, tipici di chi parla a nome di una giustizia superiore.

Lo Stile Profetico: Tra Terra e Cielo

Santini utilizza la rima come una spada. Il suo “Giudizio” non è un evento astratto, ma una resa dei conti imminente. Nelle sue parole, la sofferenza dei contadini diventa il metro di misura della colpa dei potenti:

  • La denuncia del presente: Descrive un mondo sottosopra, dove le “grandi aziende” piantano pioppi invece di grano, condannando il popolo alla fame.
  • La visione del futuro: Santini “vede” la rovina dei mercanti e dei proprietari, paragonando la loro caduta a una grandinata che guasta ogni frutto.
  • Il tono sacrale: L’uso di espressioni come “O grandi negozianti di ‘sta fede” eleva la critica economica a una questione di peccato mortale.

La “Giustizia Rimandata”: Uno Strumento di Controllo?

Tuttavia, leggendo tra le righe delle ottave, emerge una verità storica più amara. La narrazione di un Giudizio Universale dove “gli ultimi saranno i primi” fungeva spesso da potente ammortizzatore sociale:

  • Sedare la rivolta: Promettere ai “poveri cristi” una vendetta divina nell’aldilà serviva a tenerli buoni nell’al di qua. Se la giustizia è certa nel cielo, la ribellione in terra diventa meno urgente.
  • L’accumulo indisturbato: Mentre i mezzadri attendevano fiduciosi il tribunale di Dio per vedere puniti i soprusi del “Padrone” o del Conte Fiumi, i potenti potevano continuare ad accumulare ricchezze e terre senza temere sollevazioni popolari.
  • La rassegnazione come virtù: La sofferenza veniva nobilitata (“morire di fame come il pesce fuor dell’acqua”), trasformando la passività forzata in una forma di santità.

Conclusione

Il canto di Santini resta un documento straordinario: da un lato grido di dolore autentico e speranza dei deboli, dall’altro testimonianza di un’epoca in cui la fede era l’unica aula di tribunale concessa a chi non aveva voce. La figura del contadino che finisce “contento e canzonato” dopo una caduta è l’emblema di una classe sociale che, pur sognando il cielo, restava con la faccia nel fango della strada.

Trascrizione (estratto)

“O grandi negozianti di ‘sta fede, che da una parte tengono la migliore, per far la scelta ai grandi signore che nella tasca c’hanno i milioni.
Noi poveri coltivatori contadini, si come siamo scarsi di quattrini, e ci prepariamo sempre ignudi, che ci preparino i stracci e i battuti.

Ma fra i coltivatori non conoscono inganni, gli preghiamo e prepariamo olio, grano, vino e carne, per far la pietanza più sicura, gli prepariamo pure la verdura.
E tu che vuoi far senza paura? A fa’ come gli altri scioperati, e scioperarsi sarebbe una cosa bella, per fargli tenere vuote le budella!

Questa è una cosa che si vorrebbe fare, parecchia gente ha fatto morir di fame! Ma fra la quantità di ciò sto contento, perché la roba ne viene dall’estero.
La roba viene dall’estero e come la pianta che c’ha il frutto, viene una grandinata e guasta tutto. Come l’albero che c’ha l’uva, quanto l’è bella aver la casa sua! La gente che capisce la ragione, meglio d’averla dentro la nazione.

Pure una volta abbiamo visto il vero, dei quaranta e il trentanove quel mercato nero, e per mangià ci voleva molti quattrini, molti denari, chi non ce n’aveva moriva di fame.
Quante mamme si vedevano per le strade, andavano a cercar da mangià per i ragazzini, che a casa non c’avevano né pane né quattrini. Preghiamo Dio che non succedesse, se no si muore di fame come muore fuori dell’acqua il pesce!

Perché i coltivatori ne ho incontrati troppi, e dopo che piantarono grano e granoturco, grandi aziende ci han piantato i pioppi. Questo che dico ma son cose vere, non c’è mulini o pioppi che macini! Rimettiamoci sull’agricoltura e ci piantiamo di granoturco e grano, se non vogliamo morir dalla fame.

E Maritù viveva con coraggio, e con la Peppa voleva piantar maggio. E Maritù solo non aveva il coraggio, fatto la strada ero un suo figlio che per la strada non c’era nessun nascondiglio. E per la strada non c’era manco un cespo, allora l’ho tirata sotto al greppo!

Ma con la strada c’erano quelli grandi, e presto gli ho tastato le mutande! Maritù chi la chiama in fretta in fretta, e che la moglie non gli rispondeva, perché stava in funzione la bicicletta.
Maritù poveretto l’è cascato, e tutto il muso lui s’è scorticato! L’è restato contento e canzonato, Maritù sta sulla strada in punta e taglia, e giù dalla stazion di Senigallia.

L’era di maggio e c’erano le foglie, la discussione nasce fra marito e moglie, e dice: ‘Questa sera ho fatto un fallo, e certo tocca andare dal maresciallo!’.
La moglie glielo dice: ‘Fai silenzio, penso di farlo l’accomodamento, l’arte del formaggio ne vorrà un bastimento!’.

Maritù ne sente l’arca e sta contento, quel che è successo l’è successo, basta che porti a casa il condimento. Che sei stato a vedè tutta la credenza, e che di tutto noi siamo rimasti senza? Ancora mi sentirei anche più strano, e ci vorrebbe anche un quintale di grano!

La moglie glielo dice: ‘Sei sfacciato! Se te lo danno il lardo e anche il formaggio, chiedigli il grano come c’hai il coraggio!’.
E n’è passato che il mercato è rosso, me n’appinaia proprio come un fosso. La legge la distingue la ragione, pagargli tocca la contravvenzione.

La moglie glielo dice: ‘Tu hai ragione! Se n’è sporcate tutti i pantaloni!’. Ma n’abbracciata forte sulle spalle, se n’è sporcate pure le mutande…
Maritù ne sentisse e si sta a piangere, c’è stato un po’ sgorbato, diretto ce l’ho fatta la frittata!

La moglie nel veder il marito che gli dispiaceva, glielo chiuse un occhio, non m’ha toccato nemmeno un ginocchio. E lui che ci ha creduto poverino, che era avanzato di un bicchier di vino.
La mattina parte con furore, e va a casa di Martin dai genitori. Dice: ‘Vostro figlio ha fatto uno strage, voglio dieci chili di lardo e quattro di formaggio!’.

Tu vedi che dicono ‘non ci va in discussione’, l’accomodamento lo farà il Pretore! E fra i genitori nasce la spizza, quel che ci vuol ci vuole, basta non metterci in mano alla Giustizia!”

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