Quando il Leone diventa Pecora:
Se c’è una cosa che la tradizione orale umbra ama fare, è smontare la boria dei “gradassi”. In questo brano in ottava rima, ci spostiamo dalle colline di Morano verso le macchie della Maremma, seguendo un gruppo di cacciatori partiti con grandi sogni di gloria.
Il Protagonista: Un “Paladino” di Cartone
Al centro della scena c’è Gino, partito da Castrucciano armato di tutto punto, con un piglio che avrebbe fatto invidia a Orlando o ai paladini di Carlo Magno. Ma, come spesso accade nella vita vera, tra il dire e il fare c’è di mezzo una “bestia tutta inferocita”.
Il Momento della Verità
Il cuore del racconto è il ribaltamento comico:
- L’attesa: Gino sceglie la postazione perfetta, sulla cresta di un colle, convinto della sua superiorità.
- L’incontro: Quando il cinghiale esce dalla foresta, mordendo le pietre per la rabbia, il coraggio da leone di Gino svanisce all’istante.
- La “difesa”: Invece di imbracciare il fucile, il povero cacciatore cerca disperatamente in tasca la corona del rosario, affidandosi al cielo mentre la pancia inizia a dare i primi segni di cedimento.
Un Finale… Profumato
La satira raggiunge l’apice quando Gino, svenuto per il terrore (scambiando il cinghiale per il diavolo in persona), subisce l’estremo affronto: la “cagarella”.
Il brano si chiude con una risata liberatoria che rimbomba in tutta la valle: il cinghiale viene abbattuto dal cognato, ma la sua pelle avrà una destinazione speciale… diventare un nuovo paio di mutande per Gino, dato che quelle vecchie erano rimaste “troppo piene” di quel particolare coraggio!
Perché questo brano è importante?
Oltre a far sorridere, questa poesia testimonia la funzione sociale del canto popolare: ridimensionare l’ego e ricordare che, davanti alla forza bruta della natura, siamo tutti piccoli e vulnerabili. È il trionfo dello spirito del paese, dove nessuno può fare il finto eroe senza essere prima o poi smascherato dalla realtà (o da un cinghiale inferocito).
La caccia al cinghiale (Trascrizione Letterale)
“Alla caccia del cinghiale! Alcuni nocerini sono andati nelle Maremme alla caccia del cinghiale. È capitato un fatto che adesso io l’ho messo in poesia e ve lo canto:
In una località la polverosa Lido di Roma, suolo maremmano, perché dalla marina pure scosa la polverosa sta poco lontano.
Dove successa l’è una strana cosa di alcuni cacciatori di Castrucciano, ed è la costa a Postignano vicino che territorio umbro nocerino.
Dell’Umbria lo valcarono il confine Giovanni Fazzi con qualchedun altro tale, anche dei Nucci prese parte Gino per andare alla caccia del cinghiale.
Questo era armato come un paladino da mettere spavento a ogni animale, dimostrando un coraggio da leone come se fosse Orlando di Milone.
Sono arrivati alla destinazione mentre il sole al tramonto si avvicina, e ognuno prese la sua postazione e Gino si scelse sopra una collina.
Perché sapeva per informazione il punto più adatto della selvaggina, e così senza indugiare i passi lesta e si trova del colle sulla cresta.
Dopo non molto uscir dalla foresta vide una bestia tutta inferocita, mordea le pietre come per protesta perché da quattro cani era inseguita.
Gino disse fra sé: ‘Che cosa è questa?’ si cerca in tasca se ha la corona, l’unica sua difesa in quel momento ma intanto nella pancia gli risuona un sogghé di leggero scioglimento.
Poi come morto in terra si abbandona essendo preso da uno svenimento, perché credea che al posto del cinghiale era venuto il diavolo infernale.
La maltrattata bestia restò male che tutta si smosse a compassione, sentito avea la scossa corporale come se fosse un colpo di cannone.
Che se ce avesse avuto un orinale datogli la veria in quell’occasione, ma invece le mutande di flanella furon il bersaglio della cagarella.
Giovanni Fazzi che di sentinella poco lungi l’era dal cognato, si fece una risata così bella che tutta nella valle ha rimbombato.
Spiana il fucile e senza far padella su quel cinghiale che era capitato, e che s’era fermato per dare un aiuto al povero cacciator che era caduto.
Se morto a Castrucciano egli è venuto lo fece per un’opera sì grande, che pur della sua pelle si fe’ nudo e la diede a Gino per far le mutande.
Perché quelle che c’avea, sapete bene, erano tutte di coraggio piene!”






