L’Ottava Rima: storia del metro narrativo italiano

L’ottava rima rappresenta, nel panorama della metrica italiana, il “respiro” naturale della narrazione in versi. Tecnicamente definita come una strofa composta da otto versi endecasillabi, essa segue uno schema rimico rigoroso: i primi sei versi a rime alternate e gli ultimi due a rima baciata (ABABABCC). Questa struttura, apparentemente semplice, racchiude in sé un equilibrio perfetto tra la spinta propulsiva del racconto (le rime alternate) e la chiusa epigrammatica o conclusiva (il distico finale).

Il dibattito sulle origini: tra Sicilia e Toscana

Molto si è discusso sulla genesi di questa forma metrica, e la questione filologica non può dirsi ancora del tutto risolta. Secondo l’opinione più diffusa e persuasiva, l’ottava deriverebbe dallo strambotto o “ottava siciliana”, composta anch’essa da otto endecasillabi ma originariamente caratterizzata da rime esclusivamente alternate (ABABABAB). Fu nel passaggio in Toscana che il metro assunse la forma classica con il distico finale baciato.

Tuttavia, altre tesi suggeriscono radici differenti: studiosi come Tommaso Casini ne hanno ipotizzato la derivazione dalla stanza di canzone, mentre Francesco Flamini ha guardato alla struttura della ballata, tipica della lauda religiosa. Al di là delle dispute accademiche, è certo che l’ottava fece la sua comparsa tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo nella poesia giullaresca e religiosa, diventando rapidamente il metro d’elezione per le sacre rappresentazioni e per i cantari cavallereschi destinati alla recitazione nelle piazze.

L’ascesa letteraria: da Boccaccio all’Ariosto

Fu Giovanni Boccaccio il primo a conferire all’ottava una vera dignità artistica e letteraria. Attraverso opere come il Teseida, il Filostrato e il Ninfale fiesolano, l’autore seppe piegare un metro nato per la piazza alle esigenze di una narrazione colta e raffinata.

Il cammino dell’ottava proseguì trionfalmente nel Quattrocento con il Poliziano, il Pulci e il Boiardo, consolidandosi come il metro esclusivo dei poemi epico-cavallereschi. Ma è con Ludovico Ariosto che l’ottava tocca la sua perfezione assoluta: nell’Orlando Furioso, il ritmo del verso si fonde intimamente con il pensiero, creando un’armonia suprema dove l’ironia, l’avventura e l’introspezione trovano una collocazione metrica impeccabile.

Decadenza e sopravvivenza nell’Ottocento

Nel Seicento, l’ottava conobbe una fase di stanchezza a causa dei troppi imitatori dei modelli ariosteschi e tassiani, pur brillando ancora per l’ingegno di Giambattista Marino nell’Adone e per la vena eroicomica di Alessandro Tassoni ne La Secchia rapita.

Con la fine della grande stagione dei poemi narrativi, l’ottava perse il suo primato, ma non scomparve. Nel XIX secolo, autori di rilievo dimostrarono come questa forma potesse ancora esprimere una “bella fattura” poetica: Niccolò Tommaseo la utilizzò con maestria in narrazioni come Una serva e La Contessa Matilde, mentre Giovanni Marradi ne diede una prova suggestiva nella sua Sinfonia del bosco.

Ancora oggi, l’ottava rima sopravvive non solo nei libri, ma anche nella tradizione orale (come nei “contrasti” dei poeti estemporanei), confermandosi come uno dei pilastri più resistenti della nostra identità linguistica e culturale.

Di seguito la metafora del “Privilegio” descritta in un componimento di Pietro Fabbri, l’ottava rima riprende la sua funzione originaria di cronaca sociale. Attraverso la figura di un carro trainato da un mulo, un cavallo e un asino, l’autore mette a nudo le dinamiche dell’ingiustizia:

  • Il Mulo e il Cavallo: Rappresentano i “potenti” o i prepotenti. Il primo è temuto per i suoi calci, il secondo per il suo “sangue bilioso” che potrebbe rovesciare la vettura.
  • L’Asino (il giumento): È il simbolo del lavoratore silenzioso e mite. Poiché non reagisce e “sopporta tutto quello che gli fai”, su di lui ricade l’intero peso del lavoro e della “tortura” del bastone.

La chiusa del saggio è folgorante: l’asino vorrebbe parlare, ma la parola gli muore in gola. È la descrizione perfetta della sottomissione di chi, pur essendo l’unico a tirare davvero il carro, viene punito proprio perché è l’unico che si lascia guidare senza ribellarsi.

Il Privilegio

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